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Francesca Serra Le Pera

Francesca Serra Le Pera (poetessa)

 Francesca Serra Le Pera è nata a Pietrafitta nell’agosto 1932 e vi ha trascorso parte della sua fanciullezza. Trasferitasi a Cosenza per studiare, presso il Liceo-Ginnasio “Bernardino Telesio”, risiedendo  nel collegio delle domenicane, svolge  con brillanti risultati tutte le classi. Si laurea in giurisprudenza a Napoli nel 1956 e successivamente, sempre nella città partenopea, nel 1959 consegue la laurea in filosofia. Svolge studi di filosofia teoretica con il professore Carbonara. Studia con passione i classici greci e latini, la poesia italiana, il verso e la tecnica compositiva afferenti alla lirica contemporanea e la lingua-dialetto della sua regione ed in particolare della sua amata Pietrafitta che traspone nei versi anche quando, ormai, non più residente immortala avvenimenti della vita personale sullo sfondo di quella propriamente paesana. Attraverso l’uso dell’arguta metafora dipinge i colori dell’anima ed i luoghi dai quali derivano le riflessioni che costruiscono l’assetto speculativo del suo pensiero-poesia. Si dedica non solo alla strutturazione del verso in  vernacolo, ma anche in lingua. Ottiene premi prestigiosi non solo in ambito regionale. Insegna nelle scuole elementari. Sposa nel 1962 il medico Mario Le Pera di Aprigliano, dal quale ha tre figli, e va a vivere a Cosenza.  Ritiratasi dall’insegnamento nel 1983 si dedica alla ricerca profonda e compone sia opere in versi che riflessioni filosofiche fino alla morte, che la coglie nella città dei  Bruzia il 25 dicembre del 1998. Riposa nel cimitero della sua Pietrafitta.  Una importante, ed inedita raccolta dei suoi versi (in lingua ed in vernacolo), l’unica, è stata pubblicata con Introduzione, Nota al testo e note esplicative da Antonio D’Elia (UNICAL), per i tipi dell’Editore Luigi Pellegrini di Cosenza nel  2004: «La poesia di Francesca Serra Le Pera è volta a riflettere la condizione interiore  dell’uomo, la precarietà del suo stato, “ l’imbarazzo dell’anima”, che anela, in una dialogicità problematizzante col proprio io, al Dio della vita – così scrive Antonio D’Elia –. Il verso – continua il critico D’Elia – spinge ‘là dove/ non esistono/ i tramonti’».