L'ANGOLO DELLA POESIA

   L ’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, gli uomini dell’equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
il vascello che scivola sopra gli abissi amari.

Non appena hanno deposti sulle tavole,
questi re dell’azzurro, goffi e vergognosi,
miseramente lasciano le grandi ali candide
come remi arrancare strisciando accanto a loro.

Com’è impacciato e debole il viaggiatore alato!
Lui, prima così bello, così sgraziato e comico!
Chi gli va stuzzicando il becco con la pipa,
chi mima, zoppicando, lo storpio che volava.

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
che pratica la tempesta e se la ride dell’arciere;
esiliato a terra in mezzo agli scherni,
le ali di gigante gl’impediscono di camminare.


Charles Baudelaire



Essere qui. E sentirsi altrove. E’ questa la condanna di chi, nato per volare è costretto ad ancorarsi a terra, a rinunciare allo slancio più istintivo che lo caratterizza per ripiegare su di una goffa normalità. Non è solo la storia dell’albatro, che perde ogni sua regalità, ogni brillante agilità del volo per diventare un gigante impacciato; istrione goffo e ridicolo se costretto a zampettare sul ponte della nave. E’ una storia più grande, e insieme infinitamente microscopica. E’ la condanna di chi ama l’aria, la trepidante magia del librarsi, ma annaspa, costretto ad una pesante ed odiosa asfissia. Tutta la poesia è infatti animata dalla vibrante visione, in lontananza, del volo: volo principesco, sprezzante, solitario che sfugge il terrestre, snobbandone la presuntuosa mediocrità, un volo maestoso… che però potrebbe svolgersi tutto anche tra le pieghe dell’anima, senza toccare né essere toccati dall’esterno. Potrebbe essere una lotta continua all’interno dello stesso uomo, tra la parte più propensa allo slancio, desiderosa di essere schiaffeggiata dalla spavalda freschezza del nuovo, e quella invece più timida e insicura, ancorata al retaggio di una comoda “medietà” che si scherniscono e si snobbano vicendevolmente, l’una arroccata nella sua altezzosità, l’altra trinceata dietro un impermeabile bigottismo.

E lui, il poeta, il cantore del “male del secolo”, continuamente oscillante tra il desiderio furioso di superare, in volata, il limite, e l’angosciosa consapevolezza del vivere umano, che sembra volere continuamente rincorrere un paradiso

  [...]
“Io dipingo come gli uccelli cantano"... senza un motivo... perché è un istinto vitale.


perduto, dipinge la delusione più grande: il non potere essere ciò’ che si vuole essere, e il non potere essere null’altro. Come se, cercando di elevarsi da uno stagno grigio, ritrovandosene continuamente invischiato, vi ricadesse pesantemente, vittima di chi giudica, uniformato allo stesso grigiore. Altra costante di questa poesia è lo spazio: gli spazi si dilatano, diventano infiniti, l’albatro vola tra cielo e mare, si perde quasi in quella grandezza… nel confine ultimo dell’orizzonte, annullandosi tra aria e acqua, stemperando le proprie agitazioni in un soffio… l’albatro non è una rondine, non vola in stormi, è solo, spicca grandissimo e candido come l’emblema dell’indipendenza, del solitario ideale che contempla se stesso, ed è così l’uomo che vuole sentirsi libero, a disagio nell’angusto conformismo della società, che rifiuta, e da cui è etichettato come diverso, sicuro di sé solo quando può distendere le ali. Ricerca la velocità, l’aria, l’infinito… e vorrebbe trovare la libertà… una libertà che è tale però, solo quando gioca con le parole, quando disegna arabeschi, si distende in piroette, plana dolcemente con il pensiero… allora si, allora davvero si sente un uccello libero di percorrere tutti i cieli, di sorvolare ogni nuvola, di traversare ogni mare. D’altronde, diceva un pittore impressionista: “Io dipingo come gli uccelli cantano”… senza un motivo non perché non ci sia ragionevolezza… ma perché è un istinto vitale.

Coomento a cura di Ada Biafore



C O M U N E   D I   P I E T R A F I T T A

Via Bonaventura Zumbini
87050 Pietrafitta (CS)
P.IVA: 01094200787
C.F.: 8003650787